Storia e teorie di Vandana Shiva dell’ambientalista indiana

Vandana Shiva è una donna ma anche attivista politica e ambientalista che negli anni si è fortemente battuta per cercare di cambiare sia le pratiche che i paradigmi legati alle tecniche principali dell’agricoltura che dell’alimentazione, ponendo un maggiore accento anche alla biodiversità e alle biotecnologie. Uno dei principali leader dell’International Forum on Globalization, sicuramente i suoi ideali hanno spesso smosso l’opinione pubblica nonostante siano numerosi i suoi sostenitori.

Vanda Shiva biografia

vandana-shivaVandana Shiva nasce nel 1952 a DehraDun, nell’India del nord da una famiglia impegnata attivamente nella lotta gandiana per il superamento delle caste, il padre è una guardia forestale mentre la madre, maestra di scuola che dopo una sanguinosa guerra diviene contadina.

L’infanzia dell’ambientalista indiana non è fatto esclusivamente di cultura, dato che trascorre parte della sua infanzia a contatto con la natura, le foreste e la fattoria gestita dalla madre, ecco perché ne subisce in maniera intensa il fascino e il valore della terra e della natura.

Nel 1978 consegue il dottorato di ricerca presso l’università del Canada, con una tesi sulle implicazioni filosofiche della meccanica quantistica, ma successivamente si occupa di ricerca interdisciplinare . Solo nel 1982 a DehraDun fonda il Research Foundation for Science, Technology and Natural Resouce Policy, un istituto di ricerca diretto proprio da Vandana Shiva.

Nel 1991 fonda Navdanya, in Hindi “nove semi”, un movimento grazie al quale nascono i primi accordi internazionali per la protezione delle biodiversità e della biopirateria, in difesa dei semi autoctoni e in principal modo contro le multinazionali che rivendicano il diritto di proprietà delle varietà agricole selezionate dalle comunità locali, diventano negli anni il maggior impegno per Vandana Shiva. Nel 1993 riceve il Right Livelihood Award, il Premio Nobel considerato alternativo.

Secondo Vandana Shiva i “nove semi” rappresenterebbero per l’India la sicurezza e l’autonomia alimentare. Ma l’impegno dell’attività politica Vandana Shiva non si ferma esclusivamente ai “nove semi”, Vandana infatti interviene in numerose conferenze internazionali in vari Paesi del mondo, dall’Africa, all’Europa, ma anche in America e nei Paesi asiatici.

Ma la sua fama si afferma in tutto il mondo grazie al successo di libri tra i quali troviamo anche il testo “Monocolture della mente”, divenuto un best seller in tutto il mondo.  India spezzata Vandana Shiva è l’altro testo che ha reso celebre l’attivista e ambientalista indiana, e che racconta di un India spezzata in due, da un lato una terra che potrebbe divenire una futura potenza tecnologica, dall’altro l’India più povera, dove cibo e acqua è semplice merce e non un diritto dei cittadini.

Fama diffusa anche in Italia grazie al documentario diretto da Ermanno Olmi nel 2009, Terra Madre, che mostra la raccolta del riso della fattoria di Navdanya, dove restano ancora custoditi i semi di diverse varietà di riso tramandati da generazioni.

Vandana Shiva sostiene che ricorrendo alle monocolture cercando di garantire maggiori rese agricole si altera l’equilibrio del territorio, dato che si dovrà necessariamente ricorre a dosi massicce di pesticidi che provocherebbero la scomparsa degli insetti  necessari all’impollinazione delle piante, come le farfalle e le api.

La denuncia alla Monasanto

Nel 2011 l’India denuncia la Monsanto per bioterrorismo, dato che diverse multinazionali produttrici di pesticidi ha cercato di corrompere i diversi governi, per promuovere organismi geneticamente modificati che sono particolarmente pericolosi per il benessere dell’umanità.

Dall’azione legale intrapresa da undici vittime di cancro contro la Monsanto infatti è stato dimostrato che i loro prodotti sono cancerogeni. L’introduzione illegale è iniziata proprio nel 1995 quando la Mahyco ha importato nel territorio campioni di cotone della Monsanto senza alcuna approvazione, e assolutamente contro ogni regolamentazione.

Amartya Sen e Vandana Shiva: pareri a confronto

Il Pil tenuto in considerazione da imprese, politici ed economisti viene considerato l’indicatore ideale per stabilire se un Paese è più o meno ricco, divenuto nel tempo uno dei concetti dominanti. Tuttavia però una maggiore crescita economica non indica, allo stesso tempo anche la povertà creata attraverso vari interventi sulla natura.

Secondo le teorie di Vandana Shiva la crescita economica di un Paese crea necessariamente la povertà sia per la natura che per le comunità locali. La privatizzazione così come la creazione di semi geneticamente modificati, impoveriscono la natura, erodono la biodiversità, ecco perché un economia incentrata sulla famiglia è pura ricchezza, mentre l’economia ad oggi è fortemente separata da quelli che sono i processi ecologici e i bisogni fondamentali dell’uomo.

Un sostanziale aumento del denaro attraverso il Pil viene dissociato dal reale valore, ma coloro i quali accumulano ricchezze possono reclamare pretese alla popolazione, come lo sfruttamento della terra, della foresta o dell’acqua, e semi, oltrepassando quelli che sono i diritti umani e della giustizia.

Economisti e premi Nobel come Amartya Sen hanno riconosciuto che il Pil non consente di cogliere interamente la condizione umana, sollecitando infatti la creazione di ulteriori strumenti in grado di misurare in maniera precisa il benessere delle nazioni, motivo per il quale Paesi come il Bhutan hanno adottato lo strumento di “felicità della nazione lorda” per calcolare il progresso.

Lascia un commento